II porto di Magnavacca (Porto Garibaldi) in passato ha sempre visto un’attivissima flotta dei legni da cabotaggio: i famosi Trabaccoli e i battelli fluviali comacchiesi operanti per vie interne.
I Trabaccoli erano imbarcazioni semplici, senza sovrastrutture e di poco pescaggio.
Avevano forma panciuta, a fondo piato ed arcuato ai lati e due alberi, armati con vele, al terzo.
La prora, ampia a petto di colomba, era ornata da una vistosa e caratteristica decorazione in variopinto rilievo: due occhi di ”cubia” che permettevano la distinzione dei Trabaccoli a seconda delle colorazioni.
Le linee della carena erano tecnicamente sagomate per permettere una dinamica assoluta di navigazione, con qualsiasi condizione: scarsità di vento, mare burrascoso, a carico pieno, oppure vuoto senz’alcuna zavorra.
Per le sue caratteristiche, il Trabaccolo poteva essere paragonato ad un natante di grosse dimensioni, ma per le reali possibilità era considerato un bastimento di modesto tonnellaggio.
Era osservato ed ammirato tanto che molti costruttori, anche di altre nazioni, imitarono sia le forme dello scafo che della velatura.
I marittimi che navigarono su di esso provenivano per lo più dalla marineria peschereccia o dalla navigazione fluviale; i Capitani, al contrario, provenivano dalla marineria di cabotaggio ed avevano una lunga esperienza di navigatori.
Alcuni di essi sono tuttora viventi ed i loro ricordi sono ricchi di ammirazione, di nostalgie tipiche degli autentici uomini di mare.
Questo fa certamente credere che l’avere navigato sui Trabaccoli non fosse solo un lavoro, ma qualcosa di più: nel cuore di questi marinai è rimasto un sereno ricordo di un lungo periodo in cui avevano affidato la propria vita a quelle imbarcazioni.
Nella prima guerra mondiale, alcuni Trabaccoli furono utilizzati come batterie galleggianti per la difesa di Venezia e della Laguna.
Purtroppo, col passare del tempo, hanno pagato un pesante tributo: su 168 Trabaccoli, 167 andarono persi.
Alcuni vennero recuperati, rimessi a posto e quindi venduti, altri, pochissimi, si trovano ancora nel Porto (e comunque sono di costruzione relativamente recente).
Sui Trabaccoli non vi è mai stata la possibilità di curare l’igiene.
Nelle cuccette non si usavano le lenzuola, ma si dormiva direttamente sul materasso, che normalmente veniva infoderato con tessuto scuro per confondere lo sporco e, di tanto in tanto, la foderatura veniva sostituita con una pulita.
II cuscino, anch’esso aveva una federa scura: biancheria ed indumenti erano sistemati nelle cassepanche del sottoprora: quando i marinai dovevano cambiarsi gli indumenti, accantonavano i panni sporchi in un grosso sacco di tela e venivano portati a casa al rientro dal viaggio.
Alcuni lavavano anche a bordo, ma avveniva molto di rado e solo gli anziani si dedicavano al bucato.
L’acqua dolce, naturalmente, veniva razionata col contagoccie tanto era preziosa.
Non vi era alcuna possibilità di farsi la doccia.
In estate si risolveva il problema versandosi addosso alcuni secchi di acqua di mare e cercando, per quanto possibile, di insaponarsi.
Per l’igiene e le abluzioni, si disponeva di una minima quantità d’acqua che si versava in un secchio e spesso era acqua di mare.
A bordo non sono mai esistiti impianti igienici e ci si comportava come ai tempi di Cristoforo Colombo: .avendo bisogno si andava fuori dal ”capo di banda”, sottovento. In navigazione, il posto migliore era fuori prua, su di un’ancora di posta.
Diversamente, a terra, ”a tursi”, cioè in giro, nelle prossimità di un porto per scegliere il posto più riparato.
Insomma, la vita del marinaio e sempre stata veramente dura, sotto ogni punto di vista.
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