Goro
Il paese fu eretto a parrocchia nel 1948 da monsignor Paolo Babini il quale credeva nella forza della povertà e che gli immensi sacrifici dei preti e dei pescatori, che ne avevano condiviso le sorti, contenevano segni profetici, come scriveva acutamente Ivo Mezzogori sulla Voce di Ferrara il 12 aprile del 1986.
Nel 1951 l'alluvione ben documentata nei documentari di Sergio Zavoli, lasciò segni profondi. Poi la riforma agraria e la bonifica per creare un entroterra per dare terra e strade, l'acquedotto e l'elettricità.
Nel 1962 Goro diventava comune ottenendo in tal modo l'autonomia amministrativa da Mesola.
Nel 1978 arrivò anche il ponte di barche sul Po a congiungere tra Goro e Gorino la sponda emiliana del Po di Goro con quella veneta.
Poi la pesca, in particolare dei mitili, cozze e vongole, si è fatta strada creando occasione di lavoro e di benessere. Al posto delle vecchie casupole dei pescatori sono sorte villette, al posto di vecchie e sgangherate automobili si possono notare in giro per Goro e Gorino molte auto di grossa cilindrata. Il riscatto sociale si era compiuto.
Circa il 90% degli abitanti è dedito alla pesca ed alle attività connesse (una ventina le cooperative presenti).
Zona di confine, limite doganale, porto commerciale, Goro attirò sempre l'attenzione dei vari governi succedutisi fino all'Unità d'Italia. A monte dei primi insediamenti portuali che dettero origine all'attuale Goro, vi è dunque una storia legata ad un assetto territoriale che è profondamente mutato. In primo luogo la presenza del portocanale dell'Abate; un'insenatura naturale che per secoli, data la sua particolare configurazione, svolse la propria funzione senza alcun bisogno di protezione.
In quegli anni però Venezia, per evitare il porto di Chioggia venisse ostruito, attuò alcune derivazioni a Sud di alcuni rami deltizi del Po propvocando lo spostamento a seguito dei depositi detritici, del Porto dell'Abate di 30-40 chilometri verso sud-est.
Uno sconvolgimento territoriale di notevoli dimensioni se si pensa che nel XII secolo la linea di battigia era fissata alle dune di Monticelli nel Mesolano e che solo nel XVI secolo, con un avanzamento di una decina di chilometri, si assestò alla Torre dell'Abate.
Gli stessi insediamenti dovevano quindi adeguarsi al variare delle condizioni ambientali e al mutare delle distanze della terra dal mare.
L'originario nucleo abitativo, alla base della formazione dell'attuale, si determinò verso la metà del Settecento; nella corografia del Ducato di Ferrara del Baruffaldi (1758) viene segnalata la presenza di due "osterie" situate ai lati del fiume in corrispondenza di quelle che oggi sono Goro Veneto o Goro Vecchio e Goro ferrarese, forse a quel tempo basi clandestine di raccolta e smistamento del sale.
Le prime case, in realtà si trattava di «casoni» di canna e fango, sorsero sull'argine e lungo il dosso che si congiungeva al porto; solo in seguito si verificò un'espansione produttiva in prossimità del porto-canale.
All'inizio gli edifici costituivano un rifugio durante la stagione della pesca ed un nascondiglio per contrabbandieri e bracconieri. Lentamente il paese iniziò a svilupparsi.
Nel 1834 Goro contava 961 abitanti e, nel 1926, 250 case per 2539 occupanti.
Il porto ha sempre rappresentato il cardine del paese, dapprima posto all'imboccatura del fiume, poi portato nella parte più interna della Sacca di Goro; nel 1910 le autorità manifestarono l'intenzione di trasferirlo in località Anconone o al Taglio Nuovo presso la foce del Volano ma la comunità locale si oppose al progetto.
In quegli anni la proprietà delle valli di Goro passò alla Società Bonifiche Terreni Ferraresi che attuò un'opera di prosciugamento.
Tuttavia l'agricoltura rimase un aspetto collaterale e l'attività della pesca si impose come settore trainante dell'economia locale.
A testimonianza architettonica di episodi di bonifica settecentesca rimane la Torre Palù che aveva la funzione di chiavica idraulica per la regolazione del livello idrico nei terreni bonificati del cosiddetto Polesine ferrarese.
Anche se molto è cambiato in questi ultimi trent'anni a Goro all'inizio di ogni anno si usa salutare il vecchio e festeggiare il nuovo intonando un canto di questua secentesco per le vie del paese, inoltre si usava, fino a pochi anni fa, la pratica di conversare con i familiari defunti: risposta antica alla frequenza delle catastrofi naturali all'incombente minaccia della morte.
Questi episodi erano una preziosa testimonianza della più generale pratica della lamentazione funebre di cui si è persa traccia ma che pure esistette in tutta l'area deltizia da Chioggia a Comacchio come viene ricordato dall'accademico Gerolamo Baruffaldi.
Oggi è la pesca a farla da padrona con oltre un migliaio di addetti. Un'economia che ha portato un benessere diffuso e le secolari tradizioni che sono pressoché scomparse di fronte all'incalzare sviluppo di un benessere diffuso.